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Dentro i veleni del cuore

2026-01-14 16:20

Serena Sofia

Dentro i veleni del cuore

Una micro frattura alla caviglia sinistra, era stata la diagnosi, corretta, medica, precisissima. Mi stavo allenando quando è successo. Anzi, in realt

Una micro frattura alla caviglia sinistra, era stata la diagnosi, corretta, medica, precisissima. Mi stavo allenando quando è successo. Anzi, in realtà, per dirla tutta, avevo quasi finito il mio allenamento. Portato a termine il mio compito. Tre ore di allenamento, le solite. Nessuna pausa. Ho quasi finito, è quasi finita, sono stanca di questa vita, ma non ho finito. Sono stanca. È così che sono caduta, scivolata su un tappeto, poco prima della fine del mio allenamento. Ho visto tutto buio. Poi una stella. O forse due. Comunque, stelle. Ha fatto male. Qualcosa ha fatto crack; non avevo mai sentito prima quel rumore. Ho continuato ad allenarmi. Dieci minuti, quindici, ora non ricordo; ma mancava poco. Nessuno se ne è accorto. So sopportare molto bene. Poi la mia caviglia si è gonfiata, lentamente viola, giallo, verde, azzurro, arcobaleno. Allenamento finito. Non riuscivo più ad appoggiare il piede. In qualche modo sono tornata a casa. Poi mi è servito il pronto soccorso. Un mese e qualche giorno. La mia frattura era guarita. Nel frattempo, la vita è andata avanti, felice, triste, che dorme, che ride. Ma qualcosa non andava più. Non funzionava più. Non poteva più essere ignorato. È così che ho cominciato a non mangiare. Per esempio. A non preoccuparmi più di mangiare bere dormire gioire o essere triste. Qualcosa non funzionava più come prima. Qualcosa doveva imparare un’altra via. Per vivere. Ho mollato quell’ambiente. Fatto di orari e impegni, attrezzi e allenamenti. Ho continuato ad allenarmi. Sola. Mangiando poco. Quello che mi serviva. Perché non era ancora quel giorno; ma sarebbe arrivato quel giorno; il giorno in cui quel piede avrebbe preso un’altra forma, un altro passo, un altro tempo. Pausa. Perché non si può tornare indietro, si può soltanto andare avanti. Con forza; delicata. Che non grida e che non sussurra neppure, ma che non chiede il permesso per continuare il suo passo. È così che si comincia a danzare? A me, è andata così. Dovuto imparare cose nuove, dovuto imparare a cadere, a camminare di nuovo, dovuto imparare ad amare, dovuto imparare il mio tempo, la mia musica, la mia delicatezza, la mia dolcezza. Dovuto imparare tante cose. Sto ancora imparando. Perché devo ancora. E le cose che ho imparate, già sempre devo ancora tenerle a mente, per non perderle. Che cosa c’è dentro i veleni del cuore. Te lo stai ancora chiedendo. Non è una cosa. Ma frammenti, di tante cose. Un amore, forse. Un amore grande. Capace di distruggere. Capace di creare. Un amore che ha consumato la mia realtà, la mia vita razionale. Che ha saputo vedere oltre. Altro. Scendere più in profondità. Aprire orizzonti là dove la ragione vede finestre e si ferma al vetro. Ma c’è un mare. E c’è un cielo. Dentro, è un confine, una linea sottile, quasi, impercettibile. Tra mare e cielo, è lì. Di vita; di morte. Che cos’è l’amore? Una parentesi. Che cos’è la mia dolcezza? Una virgola. Che cos’è la mia durezza? Un punto. O a volte, un punto e virgola. Non è un intero. Ma frammenti. Di tante cose. E le virgole e gli spazi di un’immagine ovunque nel corpo; come un brivido, una vertigine; la sensazione che da dove si è discesi si risale, si riscende, e che si va più su, e che si va più giù. E si tocca giù, e perché lo voglio toccare un po’ più a fondo e si tocca il cielo e perché lo voglio toccare, un po’ più cielo, lo voglio cielo, un po’ di più. Ed è restare per un po’ di tempo, un tempo indefinito, osservando in quell’immagine. Un rumore. Un suono dolce. Le onde del mare scomporsi. Continuamente. Costantemente. Incessantemente. Sulle pietre. Dentro i veleni del cuore è qualche parte, laggiù. Lassù. Quella linea sottile, sottilissima, che forse non esiste. Ma è reale ciò che ho amato. Esiste. Ciò che ho amato. Quanto. Lo ho amato. E dentro è trasparente.